10) Hobbes. L'uomo  un essere asociale.
Hobbes si rende conto che la sua posizione  piuttosto isolata nel
novero delle dottrine politiche, che partono generalmente
dall'affermare che l'uomo  per natura un essere sociale; quindi
ci chiede beffardamente come mai tutte le sere chiudiamo la porta
a chiave, come mai teniamo i nostri soldi in cassaforte e a quale
concezione dell'uomo questi nostri normali comportamenti si
ispirano.
Th. Hobbes, Leviatano, primo, capitolo tredicesimo (pagine 160-
161).

Pu sembrare strano a chi non abbia riflettuto bene su queste cose
che la natura abbia fatto gli uomini cos poco socievoli e capaci
di invadere, e di distruggersi a vicenda; e per conseguenza costui
non credendo a queste conclusioni, ricavate dalle passioni umane,
desidera forse che esse siano confermate dall'esperienza.
Consideri egli dunque con se stesso che quando fa un viaggio egli
si arma, e cerca di andare bene accompagnato, quando a va dormire
chiude a chiave le porte, e anche nella stessa casa chiude a
chiave le casseforti, e ci sebbene egli sappia che ci sono delle
leggi, e dei pubblici funzionari armati per punire tutte le
ingiurie che gli possano essere arrecate; veda quale opinione egli
ha dei suoi connazionali quando egli viaggia armato, e dei suoi
concittadini quando chiude le casseforti. Non accusa costui il
genere umano con le sue azioni cos come io lo accuso con le mie
parole? Ma nessuno di noi due accusa la natura umana in se stessa.
I desideri e le altre passioni dell'uomo non sono in se stessi
peccati. E non lo sono nemmeno le azioni che sono provocate da
queste passioni fino a quando gli uomini non conoscono una legge
che le proibisca, il che essi non possono sapere fino a quando le
leggi non sono fatte; d'altra parte nessuna legge pu essere
stabilita fino a quando gli uomini non si sono messi d'accordo
sulla persona a cui dare il potere di fare le leggi.
Grande Antologia Filosofica, Marzorati, Milano, 1968, volume
tredicesimo, pagine 457-458.

G. Zappitello, Antologia filosofica,  Quaderno secondo/3.
Capitolo Sette.
11) Hobbes. L'uomo non  socievole per natura.
Hobbes si confronta con la tradizione antica dell'uomo socievole
per natura e non esita ad affermare che essa  errata perch
superficiale.
Th. Hobbes, Leviatano, primo, capitolo tredicesimo (pagine 160-
161).

La maggior parte di coloro che hanno scritto intorno ai problemi
dello Stato o suppongono, o ammettono sen'altro, o postulano che
l'uomo sia un animale nato gi adatto alla vita sociale (i Greci
dicono "zon politikn") e su questa premessa costruiscono la loro
teoria politica, come se per il mantenimento della pace e per
l'ordine di tutto il genere umano non occorresse altro se non che
gli uomini si accordassero su certi patti e certe condizioni che
essi stessi chiamano leggi. Il quale assioma, sebbene accettato da
un'infinit di gente,  falso; e l'errore deriva da una
considerazione troppo superficiale della natura umana. E infatti
considerando pi attentamente le ragioni per le quali gli uomini
si associano e godono dei vantaggi di una reciproca associazione,
si vedr facilmente che ci non avviene perch non possa essere
altrimenti, ma si verifica invece per ragioni contingenti. Se
l'uomo infatti amasse ogni altro uomo per natura, cio a dire in
quanto uomo, non si spiegherebbe perch ognuno non ama tutti gli
altri uomini nella stessa  maniera, dato che sono tutti uomini
alla stessa maniera, e perch invece ognuno preferisce frequentare
quelli dalla cui amicizia egli ricava onore e vantaggio.
La nostra natura quindi non ci spinge a cercare amici, ma a poter
ottenere per mezzo di essi onore e vantaggi; questa  la prima
cosa che cerchiamo, gli amici solo in via subordinata.
Grande Antologia Filosofica, Marzorati, Milano, 1968, volume
tredicesimo, pagine 460-461.
